


C’è un sentiero che attraversa il Parco Nazionale del Circeo e che, più che un itinerario fisico, è un luogo di incontri in cammino, dove natura, storia e comunità si sfiorano, si osservano, si riconoscono. È il Sentiero di Circe: patrimonio paesaggistico e culturale vivo, fragile, condiviso. Ed è da qui che parte il viaggio di CUSTODIRE, il nuovo progetto dell’Associazione Circe APS selezionato nell’ambito del programma europeo COASTRUST, dedicato alle nuove forme di custodia del territorio mediterraneo.
Con questo articolo inauguriamo una nuova sezione del nostro blog: Storie di Custodia, il blog dei Custodi.
I custodi non sono semplicemente volontari o escursionisti, ma persone - singole o in gruppo - che scelgono di prendersi cura. Di camminare con attenzione, di osservare con responsabilità, di agire in rete. Custodire non significa solo proteggere, significa ascoltare, restituire, lasciare tracce buone.
Nei prossimi mesi racconteremo un percorso fatto di laboratori, esplorazioni itineranti, mappature collettive e momenti di festa: un’esperienza partecipata che attraverserà il Sentiero di Circe trasformandolo in un archivio di memorie vive e pratiche condivise di cura. Sarà un viaggio corale, aperto a cittadini, scuole, associazioni, amministrazioni e imprese. Un laboratorio di comunità.
Questo spazio raccoglierà storie, volti, gesti e visioni di chi, a modo proprio, custodisce. Piccole azioni che diventano alleanza. Perché un territorio cresce quando chi lo abita diventa parte della sua storia.
Serena Nogarotto, novembre 2025
Ci sono luoghi che non chiedono di essere costruiti. Chiedono di essere compresi. Sabaudia è uno di questi.
Nel percorso di Storie di Custodia, l’incontro con la Pro Loco di Sabaudia ci ha restituito uno sguardo lucido e appassionato su cosa significhi essere custodi di una città giovane, immersa nella natura, ancora in cammino verso le proprie radici.
Ad accoglierci il presidente Gennaro Di Leva, insieme a Pierpaolo Palazzi, presenza attiva e voce concreta dell’associazione. Palazzi parte da una definizione semplice e potente: “Custodire significa preservare, impedire che il tempo si porti via le cose, sia materialmente che intellettualmente. Significa raccontare in varie forme. L’importante è mantenere vivo qualcosa che parte dal passato, passa per oggi e guarda al futuro.” Non è solo tutela, è continuità e memoria che diventa responsabilità.

Custodire, per la Pro Loco, non è un gesto occasionale. È un’esigenza. “Abbiamo tanto e dovremmo valorizzarlo di più”. E in quella frase c’è un invito collettivo: prendere coscienza di ciò che si ha prima ancora di cercare altro.
Il presidente Di Leva amplia lo sguardo e lo porta sulla storia recente di Sabaudia: “Sabaudia è una città giovane che sta costruendo le radici.” Una città nata nel Novecento, ma immersa in una natura antica. Una città completamente dentro il Parco Nazionale del Circeo.
“Non c’è città e Parco: siamo abitanti del Parco. Siamo noi che entriamo nella natura.” Questa consapevolezza cambia tutto. Non si tratta di avere un’area verde accanto. Si tratta di vivere dentro un ecosistema.
Anche l’architettura razionalista di Sabaudia racconta questa fusione: linee essenziali, spazi aperti, dialogo costante con il paesaggio. Un equilibrio fragile che va compreso prima ancora che difeso.
“Non dobbiamo costruire palazzi, ma promuovere”, dice Di Leva. Promuovere la bellezza, la storia, l’identità. Perché la custodia non è immobilità ma sviluppo consapevole. È turismo che genera lavoro. È giovani che restano perché vedono un futuro possibile.

Alla base di tutto c’è una scelta: dedicare tempo senza aspettarsi ritorni economici. Il volontariato, per la Pro Loco, è un atto d’amore.
E poi c’è il messaggio ai ragazzi, semplice e diretto, che suona quasi come una consegna:
“Impegnatevi. Aprite la testa. Leggete. Siate curiosi.” Perché la custodia nasce dalla conoscenza, e la conoscenza nasce dalla curiosità.
Sabaudia sta ancora costruendo le sue radici. E forse custodire significa proprio questo: accompagnare una città mentre cresce, senza farle perdere il legame con la sua natura.
Perché un territorio non si protegge solo con le regole. Si protegge quando chi lo abita sceglie di sentirsi parte. Abitanti del Parco. Custodi per scelta.

Ci sono luoghi in cui la custodia non è un concetto astratto, ma un atto quotidiano. A San Felice Circeo la parola “custodire” significa difendere, raccontare, proteggere e tramandare. Significa assumersi una responsabilità collettiva verso un patrimonio che non appartiene solo al passato, ma al presente e al futuro di una comunità.
A raccontarlo è Franco Domenichelli, impegnato nella tutela dei beni storico-archeologici del territorio e anima della Pro Loco di San Felice Circeo. «Difendere i tesori del territorio è uno dei nostri compiti principali – spiega Domenichelli – ma tutto parte da un presupposto: un bene è tanto più importante quanto più persone lo conoscono e imparano a difenderlo».

La tutela, dunque, non è chiusura. È conoscenza condivisa. È apertura consapevole. È racconto.
Eppure, la realtà ricorda quanto questo equilibrio sia delicato. L’apertura senza controlli della Grotta delle Capre ha portato ad atti vandalici che hanno reso necessario intervenire con misure più stringenti di protezione. Un episodio che ribadisce un principio semplice e forte: rispettare i beni, difenderli e farli conoscere sono azioni inseparabili.
Custodire è difesa. Ma è anche educazione.
Nel dialogo con gli studenti coinvolti nel progetto CUSTODIRE, il messaggio è stato chiaro: i beni devono essere conosciuti da tutti, perché tutti devono essere custodi.
Non esiste tutela senza partecipazione. Non esiste patrimonio senza comunità.
La rete diventa allora uno strumento concreto: più ampia è la fruizione consapevole, più forte è la difesa. Ma questa rete deve essere strutturata, organizzata, condivisa. La custodia non è improvvisazione: è responsabilità collettiva.
E c’è anche un altro passaggio, diretto e senza ambiguità: ognuno ha una grave colpa se resta indifferente davanti a una manomissione. Custodire significa intervenire, non voltarsi dall’altra parte.
A San Felice Circeo il patrimonio non è solo archeologia: è mito, storia, identità. Il Sentiero di Circe attraversa un luogo che è insieme geografia e racconto, paesaggio e narrazione mediterranea.
Entrare in un circuito legato al Sentiero significa elevare la qualità del paese, unire le energie, difendere insieme ciò che dà nome e senso al territorio. Il richiamo al mito di Circe e al viaggio di Ulisse non è solo suggestione: è un patrimonio simbolico potente, capace di parlare al mondo.

«Siamo dentro la storia, dentro il mito, dentro la cultura» è il messaggio. E questo va raccontato, protetto, strutturato. C’è poi un aspetto concreto, spesso taciuto ma fondamentale: la cultura produce ricchezza. Più i beni sono curati, tutelati e presentati come valore condiviso, più generano economia per il territorio. Un turismo rispettoso, consapevole, capace di vivere i luoghi e poi raccontarne la bellezza, è la chiave per una crescita che non consuma ma rafforza.
«Vogliamo persone che vengano rispettando un posto. Persone che poi raccontino la bellezza del luogo». Di turismo si può vivere, e si può vivere tutto l’anno, se l’offerta è di qualità e fondata sull’identità.
Il messaggio finale è semplice, diretto, quasi provocatorio: guardati intorno e datti una regolata. È un invito alla consapevolezza. A riconoscere il valore di ciò che ci circonda. A capire che la custodia non è delegabile. San Felice Circeo, baricentro simbolico del Mediterraneo, luogo del mito e della storia, chiede di essere abitato con rispetto e orgoglio.
Custodire, qui, significa scegliere di appartenere. E trasformare quell’appartenenza in azione concreta.
In foto: il Presidente della Pro Loco Manuel Attardo

Ci sono parole che sembrano semplici, ma quando le ascolti nella voce giusta diventano profonde. Per Maurizia Moglioni, guida ambientale escursionistica, la parola custodia è una di queste.
«La parola custodia la collego alla parola appartenenza», racconta Maurizia. Appartenere, per lei, non significa possedere. Significa sentire un luogo come parte di sé. Conoscerlo, preservarlo e vederlo crescere.
«Custodire è un gesto che nasce dalla conoscenza. E dalla conoscenza nasce la salvaguardia. Poi arriva un altro passaggio fondamentale: diventare testimoni. E, a un certo punto, passare il testimone» afferma.

Maurizia si sente custode del Parco Nazionale del Circeo, ma ancora di più degli ambienti in cui opera ogni giorno, il lago. «Per me è un dovere viverli e farli vivere».
Non è solo una professione. È una responsabilità scelta, accolta, riconosciuta.
Nel suo racconto c’è anche gratitudine. «Ho avuto la fortuna di incontrare persone giuste che mi hanno fatto un dono. La conoscenza è un’eredità ricevuta. E chi la riceve ha il compito di trasmetterla. Custodire non è solo proteggere un patrimonio fisico: è custodire una conoscenza che rende possibile la cura del territorio».
Per Maurizia la parola chiave è rete. Sapere di non essere soli ed essere consapevoli del valore che si porta e riconoscere quello degli altri. Sul territorio esistono realtà diverse che lavorano per un obiettivo comune. Custodire significa intrecciare queste energie, creare connessioni, sentirsi parte di un progetto più grande.
Viviamo in un territorio dove il rapporto tra uomo e natura è ancora forte, tangibile. Il Sentiero di Circe, in questo senso, non è solo un percorso. È un’esperienza autentica che permette di vivere il Parco in modo vero e reale. Camminare diventa un modo per capire, per ascoltare, per sentirsi parte di un equilibrio delicato.
Nel manuale del custode, Maurizia scriverebbe questo: il custodire è legato alla propria persona: quanto un luogo sa di noi? Quanto noi sappiamo di quel luogo?
Essere custodi significa conoscere per amare, e amare per tramandare.
Perché un territorio non si protegge solo con le regole. Si protegge quando diventa parte della nostra identità. Quando sentiamo che quel paesaggio racconta qualcosa di noi.

Custodire, allora, è un gesto intimo e collettivo insieme. È appartenenza e responsabilità, è passaggio di testimone.
Ed è così che il Sentiero di Circe continua a vivere: attraverso chi lo attraversa, lo conosce, lo racconta. Attraverso chi sceglie di farlo crescere, insieme.

Ci sono persone che non si limitano a lavorare in un territorio. Lo abitano. Lo scelgono. Lo amano. Andrea Pandolfo della Cantina Sant’Andrea è una di queste.
Il suo racconto non parte dal vino, ma da una parola semplice e potente: prendersi cura.
Custodire, per lui, significa fare il massimo con le proprie conoscenze, mettere competenza e passione al servizio di un luogo che non è solo scenario, ma radice.

La sua storia è intrecciata a quella di questa terra. “Siamo profughi e siamo stati accolti da questa meravigliosa terra”, racconta. Un’accoglienza ricevuta che diventa, oggi, accoglienza restituita. Perché l’amore per un territorio nasce anche dalla gratitudine.
Andrea non è qui per caso. “Io ho deciso di stare qua.” È una scelta consapevole, quotidiana. Una scelta che diventa responsabilità.
La conoscenza, dice Andrea, è fondamentale. Conoscere il territorio significa rispettarlo, valorizzarlo, farlo crescere. Senza conoscenza non c’è cura. Senza cura non c’è futuro.
Quando parla ai suoi figli, il suo messaggio è chiaro: “Girate il mondo, ma amate il vostro territorio, curatelo, fatelo crescere.” Non è un invito a restare per paura di andare via, è un invito a partire per tornare migliori. A portare valore dove si è nati.
Nel territorio, oggi, Andrea percepisce un fermento nuovo. Un’energia fatta di persone che ci tengono davvero. Che iniziano dal proprio giardino, dal proprio lavoro, dal proprio piccolo spazio di responsabilità. Perché è da lì che si costruisce qualcosa di più grande.
“Tutte le iniziative per migliorare il territorio ci trovano disponibili.” È un’apertura concreta, non di principio. È la disponibilità a fare rete, a creare filiera.
L’enogastronomia, per Andrea, è una delle espressioni più autentiche di un territorio. Non può essere copiata altrove. È identità liquida, è cultura che si beve e si assapora. È memoria che diventa esperienza.

Da qui nasce una visione chiara: costruire una filiera forte, puntare sull’enoturismo, alzare il livello dell’accoglienza. Perché più un territorio è accogliente, più diventa attrattivo. Se un turista trova servizi, bellezza, qualità in un luogo così straordinario, resta. E poi torna.
L’accoglienza non è un dettaglio: è una responsabilità collettiva. È il modo in cui raccontiamo chi siamo. Andrea lo ripete con convinzione: “Innamoratevi di chi siamo, della terra, delle tradizioni, dei nostri sapori.”
È questo il messaggio che lascia agli studenti del Liceo Grassi, ai giovani, a chi attraversa il Sentiero di Circe, a chi lavora ogni giorno in questo territorio: innamoratevi di chi siamo.
Perché un territorio cresce quando chi lo abita sceglie di amarlo. E l’amore, quando è autentico, diventa cura. Diventa custodia.

Ci sono luoghi che si riconoscono subito. Non per come appaiono, ma per come ti fanno sentire.
La sede di Diaphorà, lungo il Sentiero di Circe, a pochi passi dal Lago di Fogliano, è uno di questi luoghi. Qui la custodia non è un gesto straordinario, ma una pratica quotidiana. Silenziosa, costante, condivisa. Una forma di attenzione che prende forma attraverso le persone che la abitano: le ragazze e i ragazzi dell’associazione.

Sono loro i custodi. Custodi di uno spazio, di un ritmo, di un modo diverso di stare insieme.
Diaphorà nasce nel 2002 dal desiderio di creare opportunità concrete per migliorare la qualità di vita delle persone con disabilità e delle loro famiglie. Nel tempo, questo desiderio si è trasformato in percorsi di autonomia, laboratori, relazioni, possibilità. Ma soprattutto in una cultura della cura che attraversa ogni gesto.
Qui la custodia non è controllo, non è protezione chiusa. È apertura.
I ragazzi e le ragazze di Diaphorà custodiscono il luogo vivendolo: si prendono cura degli spazi, degli animali, dell’orto, delle attività quotidiane. Ma soprattutto si prendono cura gli uni degli altri. In questa cura reciproca cresce l’autonomia, nasce la responsabilità, si rafforza l’identità di ciascuno. Ogni persona ha il suo modo di custodire. Ogni gesto ha valore.
Essere custodi del Sentiero di Circe, per loro, significa rendere questo tratto di territorio un luogo che fa bene. Un luogo attraversabile, accogliente, autentico.
Accanto a loro c’è Francesca Sanpaolo, volontaria, che accompagna e sostiene questo percorso con uno sguardo attento e profondo. Per Francesca, custodire è un gesto circolare: non riguarda solo se stessi, ma si estende agli altri, alla comunità, alle relazioni.
«Custodire è prendermi cura di me e degli altri», racconta. «Ma è qualcosa che va oltre. È dare a tutti la possibilità di sentire questa cura».
Il suo impegno nasce nei laboratori, ma si allarga naturalmente allo spazio, alle persone che lo attraversano, alle connessioni che si creano. Diaphorà, per lei, è un punto di passaggio, di incontro, di scambio. Un luogo che appartiene ai ragazzi, ma anche alla comunità.
Il Sentiero di Circe, allora, diventa metafora e realtà insieme. Non una meta, ma un cammino. Non un traguardo, ma una traccia condivisa.

Per Francesca Sanpaolo, entrare nella rete dei Custodi del Sentiero di Circe ha un significato profondo e condiviso: «Essere custodi pionieri vuol dire camminare senza sapere esattamente cosa ci aspetta, ma farlo insieme, orientati al bene comune. Pionieri non perché sappiamo già dove andremo, ma perché scegliamo di andare. È una mescolanza di storie, di sensibilità, di energie diverse che trovano senso proprio nell’incontro».
La sua voce restituisce con chiarezza ciò che accade a Diaphorà ogni giorno: un cammino fatto di persone diverse che procedono insieme verso una direzione condivisa. Qui la custodia non è mai individuale, è sempre relazione.
Secondo Francesca, il progetto Custodire si comprende nel tempo. Come la crescita. Come le relazioni. Ed è prezioso che siano i ragazzi a viverlo, a testimoniarlo, a dimostrare che la cura non è fragilità, ma forza. Per Francesca, il desiderio è semplice e potente: che chi attraversa questo tratto di sentiero possa andare via dicendo “mi ha fatto bene”. Perché questo è il segno più autentico della custodia.
E se dovesse scrivere una frase nel manuale del custode, sarebbe questa: Lasciate traccia.
Una traccia che non impone, ma resta. Che non cambia le persone, ma le lascia essere. Che nasce dall’autenticità.
A Diaphorà ogni ragazzo è autentico, con la propria preziosa unicità. Ogni cura è diversa. Ogni cura è necessaria. E il sentiero, come la vita, si costruisce così: attraverso tante piccole tracce che, insieme, diventano percorso.
Custodire, qui, significa proprio questo: lasciare una traccia che continui a fare bene, anche dopo il passaggio.

Al Lago di Fogliano, l’incontro con Adriano Salvatori – volontario e referente di Plastic Free per la provincia di Latina – è stato un momento di ascolto profondo e di consapevolezza condivisa. Un incontro che ha rafforzato nei ragazzi la percezione di quanto ogni gesto, anche il più piccolo, possa contribuire alla tutela degli ecosistemi naturali e alla riduzione dell’inquinamento da plastica.

Per Adriano, prendersi cura dell’ambiente non è mai stato un dovere imposto, ma una scelta naturale. «Ho sempre amato la natura, la vivo a 360 gradi. La natura mi ha regalato emozioni, amicizie, conoscenze, momenti di felicità. A un certo punto ho sentito il bisogno di restituire qualcosa alla Terra».
È da questo sentire che nasce il suo impegno con Plastic Free: sensibilizzare sull’uso consapevole della plastica e ridurre l’utilizzo di quella monouso. Un impegno che si traduce in tempo donato, energie condivise, presenza costante sul territorio. «Prendo emozioni e do il mio tempo per salvare il salvabile», racconta. Perché custodire significa anche accettare che non tutto si può risolvere, ma che ogni intervento conta.
La natura, per Adriano, è esperienza viva: in montagna, durante il trekking, trova pace e silenzio; in mare, in canoa, resta stupito dall’energia delle onde. E durante le raccolte con i ragazzi, tra sentieri e spiagge, emerge una sensazione diversa ma altrettanto potente: la consapevolezza che c’è ancora molto da fare, ma che insieme si può davvero incidere. «Torniamo a casa stanchi, ma con una sensazione di benessere che resta. Felicità. E quella sensazione non se ne va».
Il suo messaggio è semplice e radicale: ogni persona può essere custode di una porzione del proprio mondo. Un impegno che, sommato a quello degli altri, rende il mondo un posto migliore. Adriano ama tutto il suo territorio – dalla città al mare, dai monti ai laghi – e crede che rendere un luogo fruibile, pulendo un sentiero o una spiaggia, permetta alle persone di viverlo e quindi di prendersene cura.
Custodire, per lui, è anche relazione. Fare volontariato significa collaborare con persone che condividono la stessa sensibilità, la stessa voglia di fare. «Si diventa una grande famiglia».
E sì, fare volontariato è anche divertimento: il sorriso è uno strumento fondamentale. Una giornata di pulizia vissuta con entusiasmo diventa una giornata di festa.

Ma la custodia non può essere solo affidata ai volontari. Adriano sottolinea con forza la necessità di una collaborazione più strutturata tra gli enti, di un impegno concreto e continuativo. Ordinanze contro pratiche dannose come il rilascio di palloncini in plastica, app per segnalare discariche abusive, strumenti adeguati per la pulizia delle spiagge, incentivi per i pescatori che recuperano plastica in mare: azioni possibili, necessarie.
Perché l’ambiente non è un costo, ma un investimento per il futuro.
Il suo obiettivo principale, durante le raccolte, è quello di coinvolgere il maggior numero possibile di giovani. «Il futuro sono loro».
È anche per questo che far parte della rete dei Custodi del Sentiero di Circe per lui ha un valore profondo: è in linea con ciò che fa da sempre. Collaborare, fare rete, condividere esperienze. In questi anni Adriano ha incontrato molte associazioni con cui ha lavorato nel Parco del Circeo per pulire sentieri, renderli fruibili, trasformarli in luoghi vissuti e quindi protetti.
«Lo dico sempre: garantire decoro e bellezza significa permettere alle persone di diventare custodi vivendo quei luoghi».
Guardando al futuro, immagina passeggiate ecologiche, momenti di scoperta, occasioni per far conoscere i luoghi e far tornare le persone. Ma anche un lavoro più profondo: capire perché in un certo posto si genera rifiuto, come prevenirlo, chi sono gli attori coinvolti. Andare oltre l’evento, entrare nel merito del problema.
La prima regola, per lui, resta sempre la stessa: ridurre. Ridurre i consumi superflui, dire no all’usa e getta, al fast fashion, scegliere alternative sostenibili.
Non ha dubbi sulla frase da inserire nel manuale del custode: «Vivi. Non restare seduto, non sul divano, non davanti alla TV. Vivi la tua città. Apri gli occhi sul luogo in cui abiti».
Perché custodire non è un gesto straordinario. È una scelta quotidiana. Ed è da lì che nasce ogni futuro possibile.
Laboratorio di custodia ambientale con Adriano Salvatori, referente Plastic Free provincia di Latina
Serena Nogarotto, dicembre 2025

Ci sono luoghi che continuano a vivere perché qualcuno sceglie, ogni giorno, di prendersene cura. Non per obbligo, ma per amore. L’Azienda Agricola Ganci è uno di questi luoghi, e Massimo Milone ne è custode con uno sguardo che tiene insieme passato, presente e futuro.

La storia dell’azienda affonda le radici circa settant’anni fa, quando il nonno di Massimo e suo fratello, siciliani, arrivarono in questo territorio durante il periodo della bonifica. Qui, dove oggi si estendono vigneti, orti e paesaggi coltivati, c’era una foresta appena disboscata. Fu allora che iniziarono a piantare viti, a coltivare la terra, a costruire un rapporto profondo con questo luogo.
Un’eredità passata poi ai genitori di Massimo e, oggi, a lui e a suo fratello: una continuità fatta di mani, stagioni e scelte.
Nel tempo l’azienda è cambiata, si è trasformata insieme a chi la vive. È cresciuta seguendo i principi dell’agricoltura biologica e, negli ultimi anni, ha intrapreso con decisione una strada ancora più radicale e consapevole. Massimo è profondamente appassionato di sistemi agroforestali, oggi spesso chiamati food forest: modelli agricoli che riportano la produzione dentro un equilibrio naturale, dove la biodiversità non è un obiettivo accessorio ma il cuore stesso del sistema.
«Non penso l’azienda agricola come un impianto dedicato solo alla produzione», racconta. «La immagino come un ecosistema».
Per questo l’Azienda Ganci sviluppa progetti a 360 gradi: aumento della biodiversità, integrazione tra coltivazioni, piccoli allevamenti per l’autoconsumo, orti orientati e pensati in dialogo con ciò che li circonda. Tutto ciò che serve all’azienda, quando possibile, nasce qui. Una scelta che riduce le dipendenze esterne e rafforza il legame con la terra.
In questo modello, la bellezza del luogo non è sacrificata all’efficienza, ma diventa parte integrante del sistema produttivo. Coltivare significa anche custodire il paesaggio, rispettarne le forme, preservarne l’armonia. E poi c’è l’ospitalità: aprire questo spazio agli altri, mostrare che un altro modo di fare agricoltura è possibile.

Del suo lavoro, Massimo ama soprattutto la libertà. «Spesso il lavoro rende schiavi. Per me, invece, l’agricoltura è libertà». Libertà di non dipendere da logiche imposte, di inventare nuovi modelli e di avere il coraggio di seguirli. Fare agricoltura naturale in un luogo come questo significa poter scegliere, sperimentare, immaginare.
Custodire, per Massimo, è prima di tutto prendersi cura del luogo in cui è nato e cresciuto. Dai gesti più semplici – come raccogliere una cartaccia – alle decisioni più importanti, quelle che disegnano il futuro di questi spazi. È un’attenzione quotidiana, concreta, che non fa rumore ma lascia tracce profonde.
Tagliare l’erba lungo il sentiero per permettere alle persone di percorrerlo è, per lui, un gesto di custodia autentico. Perché custodire significa pensare anche agli altri, a chi attraversa quei luoghi, a chi li condivide. È una cura che si proietta verso l’esterno, una custodia intesa come possibilità offerta agli altri.
Custodire è anche conoscere un luogo, viverlo, farne esperienza. Ognuno può essere custode, a livelli diversi, nel proprio modo di abitare il mondo.
Essere riconosciuto come Custode pioniere del Sentiero di Circe rende Massimo felice perché dà valore a questo impegno silenzioso e quotidiano. «Siamo un buon esempio per tanti altri», dice. E in questo riconoscimento c’è la forza di un messaggio che può generare nuove scelte, nuove responsabilità.
Alla base di tutto c’è l’amore per il territorio, che è sempre anche amore per le persone. Massimo si sente fortunato: può vivere e lavorare in questo luogo. E proprio per questo sente che sarebbe egoistico tenerlo solo per sé. Un luogo, quando è condiviso e vissuto, diventa più bello. Più vero.
La sua storia si chiude con un invito semplice e potente, rivolto soprattutto agli studenti: diventare custodi dei luoghi belli, dei luoghi del cuore. Bastano piccoli gesti. Perché è da lì che nasce ogni futuro possibile.
Laboratorio di custodia ambientale presso l’Azienda Agricola Ganci di Latina.
Serena Nogarotto, dicembre 2025

Sono iniziati i laboratori di CUSTODIRE, il progetto che invita a vivere il territorio come un gesto d’amore: un’attenzione che si fa promessa, un passo che diventa cura, una scelta di comunità. Custodire significa camminare con rispetto, ascoltare i luoghi e le persone, restituire valore.

E questo spirito ha il volto e la voce di Filippo Scalisi, custode del Cammino di San Filippo Neri e presidente dell’Associazione Amici del Cammino. È lui, con la sua calma e la sua forza, a tenere insieme sentieri, storie e persone.
Il primo laboratorio ha visto gli studenti della 3F del Liceo G.B. Grassi di Latina e percorrere uno dei tratti più intensi del cammino che da Cassino conduce a Gaeta, fino alla Montagna Spaccata. Un luogo che nel 1532 cambiò la vita del giovane Filippo Neri: davanti a quella fenditura nella roccia comprese che la sua strada non sarebbe stata quella della ricchezza, ma quella della vocazione. Una scelta che ancora oggi sembra risuonare tra quelle pareti.
Se quel percorso continua a vivere è grazie a chi lo custodisce. In questo viaggio abbiamo avuto il piacere di incontrare alcuni membri della comunità che cura e anima il Cammino tra Sant’Ambrogio sul Garigliano e Sant’Andrea del Garigliano.
Filippo cammina con i ragazzi, con i pellegrini, con chi passa anche solo per curiosità. Le sue parole sono semplici e vere, capaci di entrare in chi le ascolta.
“Ognuno in cammino trova ciò che cerca,” ripete spesso. In questa frase c’è tutto: il territorio che cura, l’incontro che trasforma, il passo che rivela.
Filippo non è solo nella custodia del Cammino; accanto a lui c’è Simona De Rosa, delegata locale del Cammino per Sant’Ambrogio sul Garigliano e anima instancabile delle relazioni con le scuole. Per lei, far camminare i ragazzi significa restituire loro il territorio: conoscerlo, ascoltarlo, raccontarlo. Il cammino diventa così un laboratorio di comunità, un luogo dove si impara l’accoglienza vera, quella fatta di gesti piccoli e sinceri: aprire una porta, offrire un sorriso, far sentire l’altro accettato.
Simona lo ripete spesso: “Il cammino ci insegna ad ascoltare. I pellegrini ci chiedono chi siamo, cosa possiamo migliorare, come possiamo accoglierli meglio.” Perché camminare non è solo percorrere una strada, è ritrovare un legame con se stessi e con gli altri. È scoprire che non siamo mai davvero distanti: c’è sempre qualcosa che ci unisce.

C’è anche Francesco, VicePresidente dell’Associazione e originario di S.Ambrogio sul Garigliano che, dopo anni a Cassino, è rientrato nella sua terra per aprire un B&B lungo il Cammino: una testimonianza di come il passaggio di un itinerario culturale possa aiutare a far rinascere i piccoli borghi e riavvicinare i giovani.
E poi ci sono storie che racchiudono tutto questo. Come quella di Federica, che dopo un grave incidente quando aveva solo cinque anni, ha ritrovato nel cammino un luogo di benessere e rinascita. “Quando cammino mi sento benissimo,” ha detto con la voce rotta dall’emozione davanti agli studenti. Filippo la ricorda con orgoglio, perché in lei vede la prova più luminosa che il territorio può diventare una forza che solleva, che sostiene, che ispira.
Filippo non guida soltanto: accompagna. Cammina accanto. Accoglie. Incoraggia. È un uomo che custodisce le persone quanto custodisce i sentieri. Un ponte, una guida, un riferimento.
Con questa storia inauguriamo Storie di Custodia, il nostro blog dedicato ai gesti, alle voci e agli sguardi di chi sceglie di prendersi cura del territorio. Nei prossimi mesi il Sentiero di Circe diventerà un archivio vivo di memorie e pratiche condivise: un paesaggio fatto di passi, di comunità, di futuro.
Perché un territorio cresce quando qualcuno lo ama.
E perché il cammino, quando è condiviso, unisce davvero.
Laboratorio di custodia ambientale a Sant’Ambrogio sul Garigliano e Sant’Andrea del Garigliano lungo il Cammino di San Filippo Neri
Serena Nogarotto, dicembre 2025


We use cookies to improve your experience and to help us understand how you use our site. Please refer to our cookie notice and privacy policy for more information regarding cookies and other third-party tracking that may be enabled.